Lavorare con gli occhi della gente
L'approccio olistico di Buena Vista
 

 

Prima parte

Seconda parte

Note

 

INTRODUZIONE

Io parlo di "problemi di vista", riferendomi a condizioni come la miopia, la presbiopia, l'astigmatismo, lo strabismo e l'ipermetropia, i cosiddetti vizi di rifrazione. In realtà, io non penso a queste condizioni come a dei "problemi", tantomeno come a delle malattie. Piuttosto le vedo come dei "punti di vista", parte della personalità di un individuo, del suo modo di rapportarsi con il mondo. Non c'è quindi un criterio oggettivo di giusto o sbagliato, di sano o malato. Diventa invece importante la consapevolezza che la propria visione del mondo non è la realtà oggettiva, che il proprio stile visivo è soprattutto espressione di convinzioni e condizionamenti. Cambiare convinzioni e abitudini non è obbligatorio, ma semplicemente ... possibile, se se ne é consapevoli. La possibilità del cambiamento in un senso più vantaggioso per se non è un obbligo, ma un'espressione di libertà.

In secondo luogo, la miopia riceve qui un'attenzione privilegiata: molti esempi e spiegazioni si riferiscono a questa condizione. La miopia non è soltanto il fenomeno statisticamente più rilevante, ma anche l'espressione di una tendenza dominante nella società occidentale che tenderà ad aumentare ancora il suo impatto. Presto diventerà il modo "normale" di vedere (a Taiwan per esempio lo è già).

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"Ma che idea .... particolare, interessarsi di occhi!
Certo, ci sono cose molto più importanti: l'AIDS, la droga, il cancro... E poi dov'è il problema? Bastano un paio di occhiali, e ci si vede perfettamente, no?"

Questa è l'idea più diffusa. Anche chi riesce a distinguere tra recupero di tutte le funzioni visive e semplice compensazione (con le lenti) tende a vedere la cosa come un problema tecnico, quasi meccanico, un po' come i problemi dentali, o quelli della carburazione di un'auto, o della compilazione del 740. Quando si parla di occhi la parola Olismo sembra diventare evanescente, perdere ogni significato.

Niente di strano per la nostra cultura occidentale, non olistica per definizione. L'illuminismo ci ha consegnato un approccio in cui gli occhi e la visione sono sinonimi di scienza oggettiva, staccata dalle passioni, al servizio della ragione (anch'essa pura e asettica). Gli occhi sono come una macchina fotografica, riprendono, registrano la realtà oggettiva così com'è (a meno che non si guastino. Allora bisogna ripararli o cambiare qualche pezzo...).

Questa idea della macchina fotografica spiega un po' perché ci sia tanta resistenza ad accettare l'idea che vedere è in realtà un processo altamente soggettivo, che quello che vedo io è solo pallidamente simile a quello che vedi tu. In questo campo il senso comune ha visto molto più chiaramente della scienza: espressioni come "tu non vedi le cose come me" o "l'amore è cieco", o "vedere le cose con gli occhi di un bambino" lo provano.

In realtà la differenza tra come vedo io una cosa e come la vedi tu è enorme: come tra due film, con una trama simile, ma realizzati da registi diversi, con attori diversi, fotografie diverse, sceneggiature diverse, un diverso commento sonoro, e soprattutto per un pubblico diverso.

Forse in nessun altro campo come questo il tipico atteggiamento scientifico positivistico e analitico mostra i suoi limiti. Dimenticare che gli occhi sono attaccati ad un corpo, ad una mente e ad uno spirito significa proprio essere ciechi!

Questo significa che lavorando con gli occhi dobbiamo "tenere d'occhio" molti livelli contemporaneamente. Ci faremo aiutare da diverse discipline che studiano l'individuo da diversi "punti di vista", cercando poi di trovare un'integrazione.

Ci potrà capitare di scoprire che non abbiamo solo da imparare da queste discipline, ma che abbiamo a nostra volta molto da dire: molte discipline si dimenticano di essere olistiche quando si tratta di occhi, li "perdono facilmente di vista" per così dire.

Indicherò qui alcune dimensioni (o livelli, o sentieri) su cui il lavoro sugli occhi ha già prodotto risultati e su cui può ulteriormente svilupparsi.

 

Il punto di vista socio-antropologico

La mia prima formazione è avvenuta come sociologo. Non posso fare a meno quindi di interrogarmi sul come e quando i problemi di vista sono diventati un fenomeno di massa, nonché sui loro aspetti antropologici.

- I primi occhiali, da presbiti, appaiono a Venezia verso la fine del '200. I primi occhiali da miopi appaiono solo 4 secoli dopo, e sono comunque rarissimi nell'iconografia e nella letteratura, fino al secolo scorso.

- La miopia era sconosciuta tra gli esquimesi fino all'introduzione dell'istruzione di massa (dato documentato).

- Da molti autori viene ipotizzata una predisposizione genetica alla miopia nei popoli orientali. E tuttavia, mentre a Taiwan il fenomeno ha ormai raggiunto l'80 % della popolazione sotto i 40 anni, nella Cina continentale (quasi la stessa base etnica) il fenomeno è contenuto tra il 25 e il 30%; La Cina popolare è l'unico paese in cui la miopia è diminuita dal '49 a oggi.

- Mentre praticamente il 100% delle persone anziane dell'occidente soffre di presbiopia (non legge senza occhiali), i vecchi di Vilcabamba, Ecuador o Hunza nell'Himalaya (popolazioni famose per la longevità) praticamente non ne soffrono (così come anche qualche nostro vecchio nelle campagne).

- Le accademie militari americane richiedono i 10 decimi per entrare. Al termine dei corsi, il 5% ha sviluppato miopia.

- Tra il '76 e il '78 molti discepoli occidentali del Maestro illuminato Osho Rajneesh, decisero di fare a meno degli occhiali, vivendo in comunità in India e praticando meditazioni (ma non esercizi specifici per gli occhi). Alcune migliaia di loro, riportarono miglioramenti, particolarmente della miopia, dell'ordine di una diottria (misurata oggettivamente; il visus soggettivo era generalmente migliorato di più).

Non si è tentati di concludere che la cultura che ci circonda, i suoi valori, e quindi quello che facciamo o non, influenza quanto e come vediamo?

Ipotesi. La lettura, in quanto prolungato sforzo visivo da vicino, favorisce la miopia (ma anche il peggioramento di ipermetropia, presbiopia e astigmatismo). Il fenomeno è accentuato dalla concentrazione (principio opposto a contemplazione e meditazione), che a sua volta è favorito da strutture sociali e forme di educazione rigide e orientate verso un obbiettivo. È quando non si può "scappare" che la miopia progredisce a mo' di frana o di collasso (la miopia è una malattia "professionale" dei detenuti e dei sommergibilisti).

Anche la presbiopia sembra essere in rapporto ad un atteggiamento rigido e orientato verso un obbiettivo, sempre lontano, nel futuro (o ormai nel passato), ma mai qui & adesso.

L'ipotesi dell'ereditarietà genetica come unica spiegazione della miopia , cavallo di battaglia degli oculisti, esce ridicolizzata da un esame storico e sociologico. E tuttavia non è detto che non ci sia qualcosa di vero. Si può fare l'ipotesi che la capacità di lavoro concentrato da vicino e una buona discriminazione delle forme sia favorita dall'agricoltura, rispetto a caccia e allevamento (che invece favoriscono rapidi movimenti e messa a fuoco degli occhi). È pensabile che in oriente l'agricoltura sia durata un tempo sufficiente (12.000 anni) da influenzare il patrimonio genetico di interi gruppi etnici, e produrre quindi una predisposizione alla miopia, più accentuata che nei "barbari". Predisposizione che ha però bisogno di determinate condizioni psicologiche e culturali per manifestarsi: i contadini illetterati ci vedono di regola benissimo.

 

Consapevolezza

Gli illuminati spesso sono stati chiamati anche veggenti. "Aprire gli occhi" è un'espressione spesso usata per indicare presa di consapevolezza, comprensione.

Eppure a volte è necessario chiudere gli occhi per raggiungere una maggiore consapevolezza. In primo luogo possiamo così scoprire di avere escluso dall'area della consapevolezza molte percezioni provenienti da altri canali (vedi la sezione Canali di Percezione). Oppure si può diventare consapevoli del costante chiacchiericcio, confuso dialogo interno che va avanti nella nostra mente, (e influenza o si sostituisce alla percezione della realtà). Diventando consapevoli di questo fiume in piena si può cominciare a diventare consapevoli di pregiudizi, proiezioni, convinzioni radicate, paure e condizionamenti ricevuti. E questo è un modo di guardare ai propri occhi, alla "trave" che normalmente ignoriamo quando siamo occupati dalle "pagliuzze" esterne. Il nostro "punto di vista" è modellato da quel caos di influenze, che si organizza negli anni in una gerarchia relativamente costante. Questa organizzazione, molto occulta e poco democratica è quello che viene normalmente chiamato Ego, ed intorno a ciò si costruisce il nostro senso di identità.

La vista è diretta espressione di questo Ego:. Quando cerchiamo di vedere questo Ego cadiamo in grosse difficoltà: il nostro stesso sguardo è inficiato da pregiudizi etc. I maestri illuminati cercano trucchi e tecniche per portare i discepoli a vedersi dal di fuori, e hanno le loro belle difficoltà. Quella che viene chiamata Meditazione è appunto la capacità di vedere tutto (anche se stessi) da uno spazio di silenzio (non pregiudizio e non - giudizio, tout court).

Questo ha particolare rilevanza per chi ha problemi di vista, perché queste persone sono orientate sul visivo molto più che su altri canali (vedi canali di percezione).

Scopriamo una singolare sinergia tra meditazione e lavoro sugli occhi.

Chi è interessato alla meditazione e ha problemi visivi, troverà che proprio sul visivo si sono concentrate difficoltà, condizionamenti e resistenze. Le tecniche legate al recupero della vista gli permetteranno quindi di sviluppare una maggiore consapevolezza di quali sono gli ostacoli alla meditazione.

Peraltro le tecniche meditative forniscono importanti elementi di consapevolezza del processo visivo, e sono perciò preziose per chi vuole migliorare la vista.

Un ostacolo a "vedere" il proprio Ego sta in un inconscio giudizio negativo su di se (o meglio, sull'immagine che si ha di sé; vedi Lavorare sulle convinzioni).Pertanto Non ci si vuole vedere (il che può persino portare a non guardarsi fisicamente nello specchio, o a farlo di malavoglia) perché ci si giudica insufficienti, senza speranza e questo provoca dolore.

Questo atteggiamento mette in moto meccanismi che provocano proprio quello che si teme (si diventa brutti, ad es)...

Un altro aspetto tipico che costituisce un ostacolo sulla strada della meditazione è la tendenza al dualismo, cioè a distinguere tutto tra "buono" e "cattivo", scegliendo un aspetto e negando l'altro. Generalmente si sceglie la ragione e si ha paura dell'inconscio; si sceglie il visivo e si ha paura delle altre percezioni; si sceglie la luce e si ha paura dell'oscurità. È importante comprendere che questi atteggiamenti non impediscono solo la crescita spirituale, ma anche il naturale processo visivo. L'ossessione per la nitidezza, la ricerca del massimo contrasto figura/sfondo, la ricerca ossessiva del significato delle immagini sono altrettante forme in cui si manifesta il dualismo.

Anche la relazione tra concentrazione e percezione globale deve essere considerata. - In genere i miopi (ma un po' tutta la nostra società) sono stati condizionati a identificare la consapevolezza con l'acuta concentrazione (visiva) su un oggetto. Se si rilassano, perdono automaticamente consapevolezza, si addormentano. Attenzione= a/tensione per i miopi.

- Gli ipermetropi tendono invece a fuggire la concentrazione prolungata, spostando costantemente l'attenzione da un oggetto all'altro in modo eccitante ma inconclusivo. Entrambi (tutti, in occidente) sono incapaci di espandere l'attenzione in modo rilassato (ma consapevole) in una visione a 120° (che in stati di contemplazione e/o meditazione può arrivare anche a 360°).

Esiste uno stretto rapporto tra il modo in cui vediamo l'ambiente e il modo in cui ci percepiamo come parte o meno dell'ambiente stesso.

Ci sentiamo parte di un organismo o come una monade in lotta con altre monadi? Siamo al centro dell'universo, alla periferia, o addirittura fuori? Sentirsi separati porta a uno stile visivo lineare, conflittuale, Io contro te, soggetto v/s oggetto (atteggiamento "scientifico"), per cui si ha difficoltà a percepire l'insieme: si vede gli alberi, ma non la foresta, e se si vede la foresta non la si coglie come un organismo vivente di piante, animali, insetti, batteri, vento, pioggia. Sentirsi alla periferia (o fuori) porta incapacità di creare mappe visive mentali, di orientarsi, sia fisicamente che culturalmente. Quando si chiude gli occhi il mondo la fuori "cessa di esistere" e subentra la paura del vuoto: o ci si addormenta o ci si perde nel chiacchiericcio della mente.

Accettare che la realtà è un flusso in perenne e totale cambiamento ("panta rei") è particolarmente disturbante per la mente occidentale, basata su certezze assolute. La ricerca (Gestalt) ha dimostrato l'esistenza di meccanismi mentali di costanza, con cui il cervello corregge la percezione, o addirittura censura elementi disturbanti le convinzioni e le abitudini2 .

Chi è miope spesso ha meccanismi di correzione ed esclusione particolarmente rigidi. Si intraprende una lotta titanica (e perdente) contro la realtà: per "fermare il mondo" (fissando, ad es), per "comprendere", cioè ricondurre al già conosciuto, escludendo la novità. Tutto deve essere definito (cioè statico), ben contrastato, diviso nettamente da tutto il resto. Si riduce il campo visivo a frazioni irrilevanti per escludere la complessità, si limita i movimenti degli occhi a costo di terribili tensioni. L'esito finale di questa complessa strategia è naturalmente perdente. Il mondo resta misterioso, incomprensibile e, ahimè, continua a cambiare. Ciò porta a ridurre ulteriormente la potenza visiva degli occhi o ad astrarsi, spostando l'attenzione fuori dal visivo, rifugiandosi nei pensieri. Questo, che è una fuga dalla realtà, viene definito nell'ambito della PNL "digitalizzazione" (vedi canali percettivi).3

 

Fasi di crescita e trasformazione

In realtà, anche se il nostro carattere è relativamente costante, durante la vita passiamo attraverso fasi in cui il nostro modo di vedere il mondo e il modo in cui agiamo si modifica. Queste fasi, possono essere più o meno lunghe, più o meno frequenti o ricorrenti. Si può tuttavia identificare certi schemi, si potrebbe dire archetipici che sono tipici della cultura in cui viviamo.

- Uno schema molto diffuso nella nostra cultura è quello dell'Orfano, colui che viene tradito, abbandonato. Quando siamo in quello spazio tendiamo a pensare che il mondo non ci è amichevole, che per noi non c'è speranza, che c'è qualcosa di sbagliato in noi, o nel nostro design (ereditarietà, peccato originale) che possiamo essere redenti solo dall'intervento di un essere speciale (un chirurgo, un demiurgo o un messia..). Ma sotto sotto sappiamo che in realtà siamo al di la di ogni possibilità di redenzione e che quelli che si presentano come messia vogliono solo ingannarci (e tradirci). Questo archetipo ha una potenza incredibile nella nostra società giudaico- cristiana (cacciati dal paradiso, peccato originale, messia, peraltro messo in croce, diavolo tentatore e ingannatore...). Tutti ne siamo condizionati, quando più e quando meno.

- In altri momenti ci sentiamo guerrieri: possiamo raggiungere sì qualcosa di buono, ma solo attraverso un grande sforzo, e soprattutto lottando contro qualcosa o qualcuno. Per vincere bisogna che ci sia qualcosa o qualcuno che deve essere sconfitto. Uno schema molto arcaico e patriarcale, maschile, molto dominante negli Usa (ma anche durante il fascismo).

Facciamo un esempio di orfani e guerrieri moderni: cosa succede quando si scopre di essere ammalati? Per prima cosa ci si sente traditi (orfani): "perché proprio a me? " Si corre da un dottore perché ci "salvi". Scopriamo di avere "peccato" ("lei mangia troppi grassi") o di avere qualche orribile tara. Ma il dottore, che è un essere speciale, ci salverà, basta che ci sentiamo adeguatamente in colpa e ci pentiamo.

Se però, invece di fare qualcosa lui, ci dicesse di fare qualcosa noi ("faccia un po' di ginnastica") cominceremmo a dubitare di essere ingannati.

Da parte sua il dottore tende in genere a vedere se stesso come un guerriero, come l'eroe che deve sconfiggere il drago (il colesterolo o qualche virus). La vittima deve starsene buona mentre lui combatte e la salva; anzi meno interviene meglio è4.

L'archetipo dell'orfano è consono alla miopia, per cui ci si può aspettare che si presenti spesso e per periodi più lunghi nella vita di un miope. Il guerriero è un po' meno consono, ma può alternarsi all'altro.

- Un archetipo difficile per i miopi, e molto consono agli ipermetropi è quello del viaggiatore (Ulisse). Il contenuto, un po' adolescenziale, è: "io non appartengo a questo posto, la mia vera vita, dove posso essere veramente me stesso, non è qui ma in un posto lontano, facendo cose molto diverse. Io sono speciale (in realtà dubito di essere sbagliato, ma non mi permetto neanche di pensarci) e qui è tutto noioso, oppressivo, sbagliato, non si respira. Bisogna fuggire."

Se me lo impediscono posso momentaneamente diventare cattivo (guerriero). Se poi il controllo su di me è davvero stretto allora finirò per collassare, accettando di essere sbagliato: e diventerò un orfano pieno di rabbia accumulata.

- Un altro schema arcaico che si presenta di frequente è quello del martire. È un po' il corrispettivo femminile del guerriero. L'idea è che solo con il sacrificio si ottiene qualcosa. Non sono io che posso cambiare la mia situazione, ma l'Autorità (= Dio). Ma per chiedere devo pagare, sacrificando, soffrendo (a lungo).

Si tratta di un archetipo potente, alla base della maggior parte delle religioni organizzate, ma anche alla base del fenomeno delle bustarelle e del successo oltre ogni limite di giustificazione razionale delle operazioni chirurgiche.

È importante capire in quale archetipo si stia muovendo un partecipante ai gruppi per il recupero della vista, per parlargli con il linguaggio di quell'archetipo. È anche importante aiutare la gente a non restare incastrati in un archetipo, ma sperimentare schemi meno familiari.

Proviamo a giocare un po' con questi schemi per "leggere" quello che a volte succede nel rapporto con i clienti di un operatore olistico nel campo della vista.

- Molti giungono in pieno Orfano; si aspettano che il conduttore (cioè il messia) risolva i loro problemi; restano stupiti dall'idea di dover essere loro ad affrontarli. Sono disposti a soffrire, magari a sacrificarsi, ma non a essere responsabili del loro tempo, delle loro sensazioni, tantomeno dei loro atteggiamenti (martire).

Non considerare più la miopia come un problema che si deve risolvere (ma come uno stile che si può cambiare) è un'idea totalmente estranea al mondo drammatico dell'orfano. Chiedono ansiosamente quanti esercizi dovranno fare (sacrificio/ espiazione) e promettono (per far contento, il "messia" che dovrà elargire la grazia). Poi gli esercizi non li fanno, perché sanno che "tanto non c'è speranza" e probabilmente il terapista non era il vero messia (lo prova il fatto che non ha fatto miracoli).

- L'idea che occuparsi dei propri occhi possa essere piacevole spiazza anche i guerrieri: senza sforzo non vale e dov'è il nemico?

- I viaggiatori raramente approdano ai gruppi di training visivo e fanno fatica a restare li con la mente. Concludono che in fondo questo gruppo è normale, anzi noioso, e "in California si che i gruppi sugli occhi sono eccitanti!"

E i conduttori dei gruppi?

Molti terapisti olistici hanno migliorato la propria vista attraverso uno sforzo costante durato anni, cioè diventando guerrieri (ma anche un po' martiri), e cercano di insegnare questo atteggiamento nei loro gruppi. Essersi "redenti" da sé con molto sforzo li rende speciali agli occhi dei partecipanti orfani, che possono quindi vederli come dei messia, o almeno dei santi, ma l'idea di seguire il loro esempio e diventare responsabili (diventare simili a un santo?) appare loro molto strana. Soffrire va bene ma una sola volta, durante il gruppo dovrebbe essere più che sufficiente!

Bisogna essere in grado di parlare il linguaggio dei vari archetipi, senza farsene intrappolare (senza cioè farsi intrappolare dalle proiezioni e dalle aspettative dei partecipanti). Gli archetipi possono essere un utile strumento sia per l'approccio immediato, che per un lavoro più approfondito e aiutano molto il lavoro sulle convinzioni (vedi più avanti).5

 

Scienze, dati tecnici, macchine etc.

Non dobbiamo chiudere gli occhi di fronte a tanta ponderosa mole, anche se sembra che nessuno si occupi delle cose che interessano a noi. Cercando cercando si trova qualche elemento utile.

- Oculistica. Una conoscenza generale di anatomia, fisiologia e neurologia dell'occhio è necessaria, non foss'altro che per non farci confondere dalla magniloquenza delle autorità mediche. Ma attenzione: l'oculistica è alla ricerca costante di malattie da curare, e quindi il suo approccio è lontano dal nostro6. È inoltre secondo me importante la conoscenza degli stadi dello sviluppo dell'occhio (nel feto) e della vista nel bambino.

- La monumentale ricerca centrata sulla psicologia evolutiva di autori come Piaget o Spitz può sicuramente dare degli elementi. Ma si tratta anche qui di valutare il dispendio di energie (molto) rispetto agli elementi utili (relativamente pochi). Questa gente usa linguaggi e schemi di riferimento molto lontani dai nostri.

- Ci sono studiosi e discipline che studiano come lo sviluppo di un sistema percettivo influenza lo sviluppo degli altri sistemi. Per esempio Delacato ha scritto un bel po' sul rapporto tra sviluppo della coordinazione muscolare e sviluppo visivo, giungendo a proporre indicazioni utili al trattamento della dislexia. Tomatis ha studiato lo sviluppo embriologico dell'orecchio, e della fonazione (parola), convincendosi che questo è asse centrale intorno a cui ruota lo sviluppo del bambino ( e secondo me ha ragione, per quel che riguarda il periodo dal concepimento fino a due mesi di vita).

A valle di questi approcci si situano una miriade di tecniche, che io reputo estremamente interessanti e utili. La ginnastica propriocettiva, la psicomotricità, il metodo Feldenkrais, la Brain Gym e molte altre, a cui farò riferimento in altre sezioni di questo documento.

- Molta della monumentale ricerca svolta in 50 anni di (psicologia della) Gestalt non ha un diretto interesse per noi. Il limite di base della ricerca gestaltica sulla visione è l'astrattezza: la ricerca era centrata sui meccanismi visivi dell' "uomo", astratto da determinazioni culturali, problemi visivi etc. E tuttavia, proprio i punti dove questa ricerca "inciampa" possono offrire stimoli e interrogativi interessanti. 7

- La studio delle interazioni tra i due emisferi cerebrali (a sua volta molto connessa con il rapporto tra diversi sistemi percettivi, di cui sopra) ha notevole importanza. Rappresenta il ponte tra gli aspetti percettivi e quegli cognitivi (l'emisfero destro mi dice dove è un albero, quello sinistro lo riconosce e mi suggerisce la parola albero). Costituisce inoltre il ponte che ci permette di utilizzare tecniche artistiche a fini di sviluppo della percezione visiva e recupero di submodalità visive. È anche la base teorica su cui si fondano molte tecniche di sincronizzazione (i sincronizzatori elettronici, la Brain Gym, le tecniche di Delacato etc.). Questo si interseca con lo studio delle onde a, b, g , t che a sua volta apre la strada al rapporto con diversi stati di coscienza e con la meditazione8.

- Luce. La ricerca su luce, colori, UVA e UVB etc. è un punto controverso. Molta della ricerca corrente è al servizio di precisi interessi commerciali. Da ciò l'unilateralità di molte fonti sulla questione degli ultravioletti, demonizzati come causa di cancro della pelle, cataratta e altri misfatti.

Il che non è falso, ma è di sicuro unilaterale. La ricerca sui ritmi fisiologici circadiani e ultradiani ha dimostrato l'importanza degli UV nella produzione di melatonina (circadiana) e nell'uscita dal "letargo" invernale (ciclo annuale). La SAD, sindrome depressiva, è un non risveglio dal "letargo". Dipende da un non sufficiente afflusso di UV attraverso gli occhi, che non fa scattare l'interruttore fisiologico, ormoni e tutto, che ci "risveglia".

Se si considera che tutte le finestre e tutte le lenti, di vetro o altri materiali impediscono totalmente il passaggio degli ultravioletti, abbiamo una chiave interessante per comprendere la tendenza all'inerzia di chi porta sempre gli occhiali.

Questa è anche la causa principale dell' intolleranza alla luce dei portatori di lenti9.

- Lo studio sul colore e sulle sue implicazioni fisiologiche e psicologiche apre questioni importantissime. Per esempio: occhiali da sole grigi non modificano il rapporto tra i colori, ma occhiali marroni si. Molti sostengono che il marrone ha un effetto genericamente depressivo...10

La contemplazione di colori complementari, oltre che come strumento di coordinamento tra gli emisferi cerebrali11, costituisce una sottile forma di microginnastica accomodativa, che ha notevoli effetti sul cristallino, sulla pressione endo-oculare e sulla retina (e qui si invade in certo qual modo l'area di competenza degli oculisti, perché queste tecniche possono essere molto utili per condizioni di cui normalmente non ci occupiamo: cataratta, glaucoma, retiniti).

-Tecniche e apparati di misurazione della vista.

Sapere cos'è una fluoro angiografia o cosa sono i prismi gemellati è importante. Sapere usare queste cose, invece no. Non è il nostro campo. Ci si può (e si deve) appoggiare a oculisti illuminati (ce ne sono) per le condizioni fisiologiche dell'occhio e a optometristi (preferibilmente comportamentali) per la valutazione dell'efficienza visiva.

- Macchine di bio- feedback.

Sono una bella cosa, ma sono molto costose. In genere sono molto efficaci per incidere sulle abitudini accomodative e provano definitivamente, se ce ne fosse bisogno, che miopia, ipermetropia etc non sono solo condizioni strutturali (occhio corto o allungato), ma in buona parte funzionali, legate alla predominanza di un sistema nervoso (parasimpatico v/s simpatico, o viceversa) nell'accomodazione. E quindi possono essere modificate dall'allenamento. Tuttavia, in un certo senso, esprimono anch'esse un atteggiamento un po' "medico": si cerca di coinvolgere l'inconscio, ma non la consapevolezza del paziente! Niente di male, ma è un approccio unilaterale, che deve essere integrato da un approccio centrato sulla consapevolezza. Sennò è fragile. L'indicazione è anche qui di appoggiarsi a optometristi comportamentali che fanno uso di queste macchine (il problema per il cliente è che le sedute sono care).

- Optometria ( in particolare, l'optometria comportamentale.

L'optometria è indubbiamente la scienza della misurazione della visione. I contributi basici dell'optometria possono essere facilmente integrati nel nostro approccio. Hanno svolto ricerche importanti sullo stress visivo, e condividono l'attenzione all'antagonismo tra sistema nervoso simpatico e parasimpatico (il che permette di collegare i loro risultati con quelli della bioenergetica: vedi più avanti). Gli optometristi comportamentali (eredi del behaviorismo di Skinner) hanno sviluppato interessanti tecniche comportamentali per il recupero dell'efficienza visiva. Alcuni aspetti del metodo Bates sono stati confermati, altri confutati. L'atteggiamento ufficiale delle loro associazioni è piuttosto diffidente, quando non apertamente lobbistico e conservatore. Tuttavia a livello personale costituiscono la categoria con cui è più proficua la collaborazione.

I limiti del loro approccio sono: insufficiente attenzione agli aspetti psicologici e cognitivi, per non dire spirituali, del processo visivo12 .

Conseguente difficoltà a comprendere dinamiche profonde e dinamiche di gruppo, il che impedisce loro di gestire un lavoro di gruppo (e a volte, di comprenderne l'utilità).

Una certa tecnicità, che tende a privilegiare l'uso di ausili di vario tipo. In particolare questo li porta a sottovalutare gli aspetti direttamente negativi dell'uso delle lenti (che spesso vengono addirittura prescritte durante l'esecuzione degli esercizi). Oltre tutto la maggior parte di loro sono ottici. Ciò significa che probabilmente la maggior parte del loro tempo e delle letture fatte riguardano le lenti e come venderle!

Questo ha peraltro anche un lato positivo: quando noi consigliamo l'uso di lenti di transizione di potenza ridotta è molto utile avere sottomano l'indirizzo dello studio di un optometrista comportamentale.

- Un ultimo avvertimento. È facile perdersi nel mondo della scienza, della ricerca, delle riviste specializzate, di strumenti avanzatissimi. Cadere insomma in una specie di Hybris (o hubris) che ci allontana non solo dai nostri partecipanti, ma anche dall'Olismo tout court. Diventare astratti, digitalizzati (proprio come alcuni dei nostri partecipanti!).

 

Bates e l'aspetto educazionale

Mi viene spesso chiesto se pratico il Metodo Bates. Un po' come chiedere a un fisico se è un seguace di Einstein, o a un terapista bioenergetico se applica gli insegnamenti di W Reich. Perché lavoro sulla vista è nell'immaginario collettivo sinonimo di metodo Bates.

Tuttavia esiste un training visivo non Batesiano, quello comportamentale; poi vi sono innumerevoli altri contributi (illustrati in queste pagine) da considerare.

Va subito detta una cosa: il metodo Bates è un metodo pratico estremamente ricco, che spesso non riesce a spiegare adeguatamente quello che fa. Questa è stata la fonte dell'ostracismo della classe medica e optometrista nei suoi confronti. A nulla sono valsi i suoi risultati: anche ai giorni nostri prevale l'atteggiamento che Galileo dovette affrontare secoli fa: le autorità si rifiutano di "vedere" i risultati se la teoria che li spiega non c'è, o è carente, o contrasta con le idee generalmente accettate.

Bates si era convinto che nell'accomodazione intervenisse non solo e non principalmente il processo ciliare, ma piuttosto l'insieme dei muscoli oculo- motori. Bestemmia!

Bene, io stesso pur essendo d'accordo con Helmholtz e con l'ortodossia ottica, mi sono trovato di fronte a casi che possono essere spiegati solo con l'ipotesi di Bates13.

Comunque, al di la dei suoi meriti (immensi), parlando dei limiti del lavoro di Bates, vorrei puntare il dito su due aspetti che influenzano ancora oggi i suoi seguaci: 1) mancanza di approccio di gruppo, e quindi di una situazione di transizione alla vita di tutti i giorni.

2) Sopravvalutazione (comune peraltro a tutta la nostra civiltà e al nostro modello di istruzione) delle abilità visive connesse alla lettura rispetto ad esempio alla capacità di seguire oggetti in rapido movimento, valutare distanze e velocità, equilibrio e orientamento, coordinazione occhio/mano movimento del corpo, visione periferica, contatto emotivo attraverso gli occhi.14
In realtà, anche se in nuce, questi elementi sono presenti nel pensiero di Bates, anche se spesso, non compresi.

Oggi nel bagaglio teorico e tecnico dei moderni epigoni di Bates sono generalmente presenti elementi derivanti da Psicoterapia della Gestalt15, dalla bioenergetica, nonché dalla kinesiologia e dal Feldenkrais. Molti utilizzano anche le più svariate tecniche provenienti dal panorama New Age: yoga, Qi Gong, Aura Soma, fiori di Bach etc. etc.

Non solo Bates, ma anche i suoi discepoli, hanno dovuto soffrire ostracismo, denigrazione e procedimenti legali a non finire, a perenne vergogna delle categorie che se ne sono fatte carico (oculisti e optometristi, ahimè). Chi non ha risolto questi problemi, camuffandosi (da ottico, per es) ancora oggi negli Usa rischia di essere oggetto di persecuzione16. Per l'Italia si ha notizia solo di qualche procedimento legale intentato da oculisti contro optometristi comportamentali, finito senza conseguenze (nessun esercizio abusivo della professione medica). Speriamo che si continui così.

 

L'approccio bioenergetico

La bioenergetica nasce da W. Reich, ha ricevuto importanti contributi da A. Lowen e ha influenzato prepotentemente il mondo della psicoterapia, contribuendo ad una decisa sterzata in favore di più attenzione al corpo (e un po' meno all'aspetto verbale).

Un contributo fondamentale sta nell'idea secondo cui diversi caratteri modellano diversi tipi di corpi (e diversi modi di vedere). Lowen ha definito 6 diversi tipi basici (schizoide, orale, masochista, psicopatico, fallico- narcisista e isterico). Molti hanno aggiunto o elaborato su questa base (Boadella, Kurz e altri). Va da sé che questo approccio ci porta a mille miglia dal modello medico: i problemi della vista non sono più malattie, e neanche problemi, ma l'espressione organica di un carattere. La modificazione del carattere, "crescendo" e diventando più maturi diventa un'opzione possibile e interessante, ma non obbligatoria.

Kelley ha sviluppato un interessante lavoro sulla miopia. Shapiro ha sviluppato tecniche di movimento degli occhi per trattare fissazioni nevrotiche. Bernasconi ha sviluppato il rapporto tra colore e carattere. Navarro ha trovato l'eziologia dei problemi visivi nei primissimi tempi di vita.

- L'astigmatismo sarebbe riconducibile alla difficoltà di trovare uno stabile punto di riferimento visivo (che non può essere altro che il viso della mamma) nei primissimi giorni di vita.

- La miopia sarebbe riconducibile ad un disturbo nell'allattamento. Se: l'allattamento non è al seno, o lo svezzamento è precoce, se non è "partecipato", ma meccanico, se il contatto visivo e la trasmissione di amore è visivamente disturbata durante l'allattamento, possiamo aspettarci miopia (beninteso se e quando ci sarà un intenso lavoro visivo da vicino, cioè a scuola o più tardi. La miopia precoce c'è, ma è molto rara.).

Lo stesso succede se la mamma è incapace di esprimere amore con gli occhi, che sono inespressivi, o li scherma dietro gli occhiali, che è quello che succede alla quasi totalità delle mamme miopi! Ecco un modo di trasmissione "ereditaria" (ma non genetica) della miopia).

- L'ipermetropia sarebbe una paura dello sconosciuto, che compare verso il nono mese, quando si acquista la capacità di orientare sguardo e muovere la testa, di ,fronte a stimoli visivi non rassicuranti.

- Infine la presbiopia sarebbe riconducibile ad una troppo precoce educazione a camminare, saltando stadi intermedi17.

Tornando alla bioenergetica in generale, si può dire che l'attenzione si sia soprattutto concentrata sui flussi di energia e sui blocchi che li limitano. Ciò ha portato allo sviluppo di tecniche di grande impatto emotivo ed energetico, che hanno spesso un effetto drammatico (in genere positivo) sulla visione dei partecipanti.18

Affinché questi cambiamenti rimangano è necessario che:

- siano percepiti come positivi (questo coinvolge il lavoro sulle convinzioni).

- che siano anche sostenuti educazionalmente, con l'allenamento, la consapevolezza e la modifica delle abitudini.

- che siano sostenuti e premiati dall' ambiente: dal gruppo subito; e poi da familiari, ambiente di studio o di lavoro.

Un altro concetto bioenergetico che trovo utile è quello di pulsazione o dialettica degli opposti, come fenomeno globale che non deve essere represso, ma sostenuto e magari sviluppato. Ad esempio il respiro è una pulsazione. Chi ricerca un controllo costante sulla situazione e sulle proprie emozioni, tende ad impedire la piena inspirazione e soprattutto la piena espirazione. Questo è il caso di tutte le persone con problemi visivi, senza eccezioni e con poche varianti19.

La pulsazione può anche essere vista come il periodico prevalere di un aspetto sull'altro negli occhi e nella vista: tra visione attiva (guardare) e passiva (vedere), tra concentrazione e allargamento del campo visivo, tra messa a fuoco vicino e lontano, tra aspetti cognitivi, verbali della vista (emisfero sinistro) e aspetti spaziali (em. destro), etc. L'idea è che una libera pulsazione tra un elemento e l'altro porta con sé un più naturale flusso dell'energia, con conseguente miglioramento di tutte le funzioni visive, oltre ad una maggiore libertà della percezione e la possibilità di crescita della consapevolezza.

Un'altra idea, elaborata principalmente da H Laborit, costituisce un notevole punto di aggancio con altri settori della ricerca (con l'optometria comportamentale, ad es.):

In quanto animali, di fronte ad uno stress (cioè ad uno stimolo intenso, potenzialmente pericoloso) tendiamo a rispondere in due modi basici: fight or flight, cioè combatti o fuggi (attivazione simpatica).

Se si piglia un qualsiasi animale, lo si sottopone ad una serie di stress, impedendogli entrambe le possibilità, si può indurre sperimentalmente la nevrosi (se si è abbastanza sadici): l'animale cercherà di utilizzare in qualche modo l'energia scatenata dallo stress per risolvere il problema (irresolubile) cercando di fuggire o combattere in qualche altro modo.

Molte, se non tutte queste nuove strategie saranno inconcludenti o avranno più di un aspetto negativo, e le chiamiamo perciò nevrosi. Implicito in questo approccio è l'idea che la nostra educazione e la società in generale impedisce attivamente (o limita grandemente) entrambe le possibilità basiche: niente di strano che si sia tutti un po' nevrotici!20

Ora, c'è un altro schema di risposta basica, che ha ricevuto meno attenzione: cosa fa un cucciolo di fronte ad un predatore, o qualsiasi animale di fronte ad un predatore molto più potente (quando non ha senso né lottare né fuggire)? Si paralizza (freeze). Qualche volta con i predatori funziona21. La notevole differenza tra fight or flight e freeze è che nel primo caso si attiva il sistema simpatico, mentre nel secondo, dopo un iniziale flusso simpatico c'è un rebound (rimbalzo) e il parasimpatico prende il sopravvento.

Esiste ancora un quarto sistema di risposta, che attiva entrambi i rami del sistema nervoso autonomo: il go for it, la risposta ad uno stress positivo (eustress) e il perseguire attivamente un obbiettivo o un oggetto desiderato (nella caccia o nell'accoppiamento, soprattutto). Nel processo c'è anche un'attivazione del centro del piacere, con conseguente produzione di endorfine, per cui l'eccitazione è fisicamente piacevole. Nella fase iniziale predomina (ma non esclusivamente) il simpatico; con il raggiungimento dell'obbiettivo e la soddisfazione del bisogno predomina il para- simpatico.

La condizione naturale di ogni animale (uomo compreso) sarebbe quella di rispondere adeguatamente agli stress con una delle quattro risposte, ma.... tutta l'educazione è volta a prevenire alcune di queste risposte: la scuola ovviamente impedisce e reprime il go for it, cioè la ricerca e il perseguimento di occasioni di piacere; ci impedisce di fuggire (flight) da ciò che ci spaventa o ci annoia (anche con la mente); e cerca anche di reprimere le occasioni di aggressività (fight). Al contrario permette, o addirittura favorisce, il freeze! 21a 22

La nostra società trova il modo di insegnare a combattere anche ai miopi: si richiede competitività nel mondo del lavoro. Quello che la società scoraggia in ogni modo nei miopi è la fuga, che viene loro presentata come una vergogna23.

Gli ipermetropi invece non riescono a stare semplicemente qui & adesso (freeze), lo trovano "poco eccitante" (sono drogati di eccitazione), o fuggono o aggrediscono.

Ciò che miopi e ipermetropi non si permettono, anche quando la società glie lo permetterebbe, è il go for it, perseguimento attivo del piacere. Per i miopi la vita non è un gioco (vedi convinzioni), ma un luogo difficile e pericoloso. Per gli ipermetropi la vita dovrebbe essere un gioco ma... al momento del conseguimento del premio, quando raggiunge la sua preda ..... fugge! L'eccitazione non trova mai un pieno appagamento e alla lunga collassa.24

Essere consapevoli delle 4 possibilità basiche di risposta allo stress e scegliere consapevolmente di allenarci anche in quelle atrofizzate amplia il nostro campo di scelta, ci rende più liberi. In un certo senso ci riporta ad un livello di dignità animale (mentre se ci specializziamo in un solo meccanismo di risposta il nostro livello è, ahimè, inferiore).

Esiste una quinta modalità di risposta, totalmente ed esclusivamente umana, che consiste appunto nel rispondere 25 ad una data situazione, invece di semplicemente reagire ad essa. Tenendo in conto la totale specificità del momento, compresi i nostri bisogni, la relativa importanza di vari obbiettivi, mantenendo un vasto orizzonte (sia percettivo che mentale), e tutto questo istantaneamente, mantenendosi costantemente nel qui & adesso. Per quel che riguarda la percezione visiva, questa modalità di risposta implica lo sviluppo della Visione Soffice26 .

 

 

 

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