Dejà vu: io questa storia l’ho già vissuta!

Di epidemie ce ne sono sempre state, ma questa del Coronavirus senza dubbio è unica nella nostra storia. Eppure….
a  me, che ho vissuto abbastanza a lungo, sembra proprio di trovare  analogie con cose che ho già vissuto. Permettimi di raccontare…

IERI

Ai miei tempi il servizio militare era obbligatorio. Cercavamo di cavarcela come meglio potevamo cercando di mantenere il più possibile i contatti con il mondo fuori. Una volta sono stato scoperto: non ero proprio rientrato in caserma per la notte e quando mi sono presentato al reparto mi hanno dato 5 giorni di reclusione. Una cella con bagno, branda e da solo. Rancio servito a ore regolari e luci spente secondo orario. Da solo.

Come passavo la giornata? Leggendo, ascoltando musica, facendo un po’ di esercizio (un po’ di stretching e cose simili), rivedendo i miei appunti sul lavoro, sullo studio e… su amori e amicizie. E …. dormendo! Non facevo ancora meditazione, ma più che un prigioniero mi sentivo un monaco, libero di fare le cose che mi interessavano di più, libero dalla disciplina e dal controllo dei miei “superiori”. Non c’era mezzo di comunicare con l’esterno, ma questo era anche un relax: le cose che pensavo e mi scrivevo le avrei poi comunicate in seguito con una lettera (le telefonate erano un po’ costose) o di persona.

OGGI

Appena rientrato dal Messico, via Spagna il 18 Marzo, ho goduto del piacere di essere a casa. Tutti i seminari cancellati in Spagna e Italia significavano anche libertà dalla routine del viaggiare: ore abbastanza noiose tra mezzi, aeroporto, controlli di sicurezza, attese, ritardi, voli scomodi. Si, avere contatti con altra gente di altri paesi è bello e arricchente, ma tutto il contorno richiede molto tempo e lavoro poco stimolante. Quindi mi sono potuto permettere: ripresa delle pennichelle pomeridiane; ritrovare i piaceri della casa; cucinare con cura per me e Marina e mantenere la casa in ordine. Riprendere i temi del lavoro rimasti indietro e progettare cose adatte alla situazione. E anche con Marina, anche se passiamo molto tempo al computer…. ci vediamo molto più di prima! In ultimo, ho il tempo di telefonare a persone che mi sono care e so che anche loro hanno il tempo di comunicare con me.

IERI

A Poona, in India alla fine degli anni ‘70 sono diventato discepolo di Osho Rajneesh, un maestro spirituale molto “chiacchierato”, che incoraggiava l’amore libero e la ricerca spirituale attraverso molteplici tecniche, provenienti da tutto il mondo.

Ho partecipato a un gruppo di Vipassana di dieci giorni. Il nome significa che si medita tutto il giorno portando l’attenzione sul respiro. Si fanno brevi pause regolari per sgranchirsi, per mangiare e per andare in bagno. Si praticano anche alcune delle meditazioni regolari di Osho (Dinamica, Kundalini) e si assiste al discorso serale di Osho. Non si parla mai, e non ce n’è necessità.
I primi giorni la mente cerca continuamente di “scappare”, la posizione di meditazione è scomodissima, e il pensiero dominante è “Chi me l’ha fatto fare?” Si pensa al cibo, al sesso, a bei posti, a situazioni, persone etc. etc.

Ma poi… ci si abitua?
NO! Esattamente il contrario: poi… ci si sveglia! Invece di adagiarsi incoscientemente in quello che succede, si è presenti. Per esempio il corpo non fa più male semplicemente perché lo si percepisce in ogni momento e in ogni momento si rilassano inizi di tensione. Non si permette che la tensione si accumuli fino a generare dolore. E si è molto più consapevoli di quello che c’è intorno: niente è scontato!
In particolare le altre persone intorno a noi si percepiscono nella loro unicità, nel loro “mistero”. Proprio perché non c’è la solita valanga di comunicazione/informazione/stereotipi. Viene fuori un’immagine “limpida”.

OGGI

Siamo immersi in un continuo di informazione, SPAM, esortazioni, senza precedenti nella storia. E oggi tutto ruota intorno ad un tema solo….
Arrivando a casa mi ha colpito l’intensità di questo bombardamento. Anche attraverso whatsapp, messenger etc etc arriva informazione, controinformazione, appelli, raccolte firme, denunce. Anche gli amici sono vittime e complici di questo bombardamento.

Tutto condito da una sensazione di urgenza, di emergenza. Tutto ciò cerca di fare breccia in noi. L’effetto all’inizio è di stimolare la nostra ansia: passiamo molto tempo a seguire notizie che si ripetono. Poi potrebbe venire un senso di assuefazione, di assopimento della consapevolezza. Si perde il proprio centro.

Cerco di mantenere il mio centro: alterno lavoro con esercizi e pratiche meditative. Siamo in due, cerchiamo di sostenerci e trattarci con cura. Darci cose buone: cibo, video, attività in giardino. E anche il mio lavoro come educatore visivo lo vedo un po’ come una pratica meditativa, dove l’ansia non deve avere spazio. Non mi dimentico della primavera, dei fiori che sbocciano e del silenzio tranquillo della campagna. Vedo qualche video che avevo rimandato. 

IERI

Rajneeshpuram, Oregon, anni ‘80
La comunità di Osho ha creato una cittadina in una zona desertica negli USA, dove vivono circa 1200 persone, Con strade, aeroporto, officine, ristoranti, cliniche, pompieri, polizia e trasporti pubblici.

Arriva la notizia che in uno stato vicino c’è un’epidemia di un tipo di congiuntivite virale, molto contagiosa e fastidiosa. Si riconosce agli inizi per la presenza di minuscoli graffi sulla congiuntiva (nell’occhio).
Viene lanciato uno screening di massa e…. il 60% delle persone presenta questo sintomo.

Quarantena! Tutti a casa con guanti, mai toccarsi gli occhi, lavare mani, non toccare niente, distanze interpersonali, anche dentro casa.
Si, ma queste persone devono mangiare, ricevere biancheria pulita e tutti i servizi devono continuare a funzionare…. Sulle spalle del 40% rimasto.
Io ero tra gli indenni. Il problema era che molti dei quadri dirigenti erano “contagiati”. Bisognava non solo continuare a fare andare tutto, ma anche capire come farlo.

La storia finisce bene. I responsabili della sanità della comunità continuano ad investigare, a controllare i “contagiati” e confrontare con i dati di fuori e nel giro di una settimana giungono alla conclusione che l’epidemia non è arrivata da noi e che i graffi sulla congiuntiva si devono alla stagione del momento, secca e polverosa.
I “prigionieri” possono di nuovo abbracciarsi e tornare a lavorare e gli “esausti” possono andare a riposare dopo avere fatto turni di 14 ore al giorno.
Domina un senso di solidarietà e gratitudine. Nessuno se la prende con chi “ha sbagliato la diagnosi”.

OGGI

Si sente una tendenza a ribellarsi alle misure di confinamento. Arrivano sia tesi complottistiche sull’uso politico di queste, sia discorsi che sminuiscono l’importanza dell’epidemia. Si, anche io ho dei dubbi sulle cifre.
E tuttavia mi sembra che non si debba investire troppa energia in questo, perché è un’energia che va contro noi stessi. E’ un nuotare contro corrente, che ci sfinisce. Credo che sia più importante essere centrati, usare le proprie energie in modo positivo e favorire per quanto possibile il senso di solidarietà.
Oggi possiamo connetterci almeno un po’ e condividere con mezzi digitali. Usiamoli per mantenere il contatto e per arricchirci l’un l’altro.

 

IERI/OGGI/DOMANI

E’ nei momenti di crisi che si offrono potenzialità di crescita. Chi è centrato sul capitale lo sa benissimo e pensa già a come investire per sfruttare i cambiamenti in corso.
Ma noi possiamo investire da subito sul nostro “capitale umano”: anche la nostra intelligenza, ma soprattutto la nostra consapevolezza e il nostro cuore.

Si tratta di imparare e usare al meglio le nostre risorse personali. Accettare di cambiare stile di lavoro, mantenendo però il nostro centro e i nostri interessi.
Forse torneremo alla “normalità”. Ma normalità voleva anche dire un sacco di cose che non andavano per niente bene, sia intorno a noi, che dentro noi stessi.

Adesso si intravede la possibilità di cambiare e di crescere. Individualmente e forse anche collettivamente.
Quelli come me tutto questo lo chiamano meditazione. Ma c’è anche l’aspetto dell’amore….