Optimum v/s pessimum: vediamo meglio quello che ci rende felici?

Optimum e pessimum sono termini usati da W. H. Bates. Essendo un acuto osservatore si era reso conto che i suoi pazienti tendevano a vedere meglio le cose gradevoli e sfocare le cose che invece li infastidivano o impaurivano
Questo naturalmente non ha alcun senso se pensiamo agli occhi come macchine fotografiche. Una volta che le abbiamo messe precisamente a fuoco in termini di distanza e luminosità, queste fanno il loro dovere e registrano fedelmente e imparzialmente deliziosi cucciolotti o scene atroci.

Ma, appunto noi non siamo macchine fotografiche, proviamo emozioni. Potremmo scoprire di vedere meglio una lettera sul tabellone solo perché il nostro nome comincia con quella lettera, o riconoscere da distanze impossibili il nostro amato/a che arriva all’appuntamento.

Ora, a un livello estremamente elementare tutti noi esseri viventi tendiamo ad avvicinarci alle cose gradevoli e sfuggire a quelle sgradevoli. Anche le amebe si avvicinano a ciò che può essere cibo e si ritraggono da ciò che può costituire una minaccia. E’ naturale. Quindi la trasposizione sembra immediata:

  1. Non sarà che gli occhi abbiano imparato a “ritrarsi” da cose sgradevoli o minacciose e abbiano poi cristallizzato questa risposta in un atteggiamento dominante? 
  2. Non sarà che tutta l’educazione visiva non sia altro che un ricondurre questo meccanismo ai suoi limiti e far prevalere un atteggiamento di accettazione verso quello che si vede?

Bates sicuramente aveva in mente proprio questo quando insisteva nell’ incoraggiare una presenza costante dell’ottotipo (tabella di prova) nelle classi scolastiche.
L’ottotipo, che è un pessimum per accumulo di esperienze negative, doveva per prima cosa diventare qualcosa di neutro: qualcosa “che fa parte normale del paesaggio”, e poi diventare un amico, qualcosa che ti conforta e tranquillizza, proprio perchè fa parte della quotidianità.

Ma per un miope ci sono anche tanti altri elementi con cui fare pace per ritrovare una vista chiara e rilassata. Proprio quelle cose che ci si SFORZA di vedere: girare con l’auto in una curva senza visibilità (“ci potrebbe sempre essere un pazzo contromano…”). E’ un circolo vizioso: ci si sforza di vedere perché non si ha fiducia nella propria vista e nella propria capacità di rispondere ad un’emergenza. E questo genera allarme e tensione, per cui si vede sempre peggio.

Ma non è solo questione di movimento e di pericoli fisici: lavorare al computer può produrre un effetto “pessimum” quando ci si lascia prendere dal “devo fare”, e si affrontano cose poco interessanti. Conosciamo tutti questo processo: iniziamo a irrigidire la postura, a inclinarci verso lo schermo. Respiriamo meno (o niente), dimentichiamo totalmente di battere le palpebre, tendiamo la fronte (e il collo) e sentiamo un leggero mal di testa che si annuncia. Perché ci abbandoniamo a questo gorgo di tensione? Basterebbe un palming, o uno stiracchiamento, o una breve passeggiatina. Il cambio d’energia c’è sempre e il sistema visivo respira.

Insomma,vedere peggio è davvero in buona parte una questione di atteggiamento. Certo, se detesti il tuo lavoro, troverai poco di piacevole da guardare durante l’orario. Ma anche qui la tua consapevolezza può fare la differenza. Cerca di trovare dettagli interessanti o gradevoli: una pianta, un quadro, lo scorcio di una finestra. Piccole cose, che ti faccia piacere osservare (puoi anche mettere TU una piantina o qualcosa di gradevole). Vedi di ritrovare respiro, scioltezza nel corpo e nell’espressione del volto. Insomma, vedi di ritrovare un semplice star bene. E prova ad espandere questo equilibrio anche alle altre cose.

 

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